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2025: sarà l’anno degli agenti? Cosa mi aspetto (e cosa no)

Fabio Canovi imprenditore digitale nel settore e-Commerce in Italia.
Fabio Canovi
Consulente Adobe · AI Specialist

Ogni gennaio il settore si sceglie una parola. Per il 2025 la parola è già decisa: agenti. La sento ripetere da settimane, nei keynote di fine anno, nei thread, nelle slide dei vendor. E come sempre quando una parola diventa uno slogan, il rischio è che smetta di significare qualcosa. Provo allora a mettere per iscritto cosa penso davvero, da consulente che lavora tutti i giorni con merchant su Adobe Commerce e che negli ultimi mesi ha passato molte serate a smontare e rimontare gli strumenti agentic per capirci qualcosa. Non ho tutte le risposte: ho qualche prova sul campo e parecchi dubbi, e provo a mettere in fila entrambi.

Parto da una posizione netta, così poi possiamo discuterla. Quello che sta succedendo non è un’automazione in più: è un cambio di paradigma. Cambia come si progetta il software, cosa significa fare consulenza, e presto cambierà anche chi compra. Ma il secondo pezzo della tesi conta quanto il primo, e taglia in due sia gli entusiasti sia gli scettici: l’agente non potenzia allo stesso modo chiunque lo usi. È un moltiplicatore di competenza, non un sostituto di competenza. Se chi lo guida ha idee chiare, processi e metodo, l’agente fa in un’ora quello che prima richiedeva una giornata. Se quelle cose non ci sono, l’agente amplifica il disordine e lo fa in fretta. Il “se” non è una scusa per non sbilanciarsi: il “se” è la tesi.

Dove siamo davvero, il 3 gennaio 2025

Facciamo l’inventario onesto di cosa esiste oggi, senza raccontarci storie. Due cose sono successe negli ultimi due mesi e mezzo e vale la pena separarle, perché vengono spesso confuse.

La prima è computer use, la capacità del modello di guardare uno schermo, muovere il cursore e cliccare come farebbe una persona. È uscita in beta a ottobre. È affascinante da vedere e, secondo me, ancora acerba per il lavoro vero. L’ho provata su flussi banali, tipo compilare un form in un backoffice, e funziona finché non funziona: sbaglia un click, non riconosce un elemento che si è spostato, si perde in un menu a tendina. Per un merchant significa una cosa sola: oggi non affiderei a computer use nessun processo che tocchi ordini, prezzi o inventario senza un umano che guarda. È una tecnologia da laboratorio interno, non da produzione.

La seconda è MCP, il Model Context Protocol, presentato a fine novembre. Qui il discorso è diverso e più interessante. MCP non è un agente: è uno standard, un modo comune con cui un modello si collega a strumenti e fonti di dati. È la parte noiosa e infrastrutturale della storia, ed è esattamente per questo che le do più peso. Le rivoluzioni vere, nel software, quasi sempre passano da uno strato noioso che nessuno nota finché non è ovunque.

Perché tengo d’occhio MCP più di computer use

Chi lavora nell’e-commerce l’integrazione la conosce bene: è dove i progetti muoiono. Ogni volta che colleghi un ERP, un PIM, un CRM, un sistema di spedizioni, ti tocca scrivere e mantenere un pezzo di colla su misura. Moltiplica per il numero di sistemi e hai capito perché i budget saltano.

MCP promette di ridurre questa colla a un protocollo condiviso. Un modello che parla MCP può, in teoria, collegarsi a qualsiasi sistema che espone un server MCP, senza reinventare l’integrazione ogni volta. Se questo standard prende piede, il valore per un merchant non sarà l’agente che chatta, ma l’agente che legge lo stato reale del catalogo e agisce su di esso con un’interfaccia standardizzata.

Attenzione però: oggi, primi di gennaio, MCP è appena nato. È uno standard promettente proposto da un singolo vendor, con un ecosistema ancora minuscolo e adottato quasi solo da chi lo ha creato. La domanda che conta non è “è una bella idea” (lo è) ma “diventerà uno standard di settore o resterà un dialetto”? Non lo so, e chi ve lo dice con certezza a gennaio sta indovinando. Io ci sto mettendo del tempo perché ha le caratteristiche giuste per diffondersi: risolve un dolore reale, è aperto, e arriva nel momento in cui tutti cercano un modo per far agire i modelli invece di farli solo parlare. Ma è una scommessa informata, non una previsione.

Cosa passerà dalla demo alla produzione nel 2025

Questa è la domanda vera per chi come me deve consigliare investimenti a chi vende online. Provo a essere concreto e a schierarmi, sapendo che tra dodici mesi qualcuno mi rileggerà.

Passerà: gli agenti “con le mani legate”, cioè assistiti. Il pattern che vedo funzionare già oggi è l’agente che prepara e propone, mentre l’umano approva. Un caso dal campo, anonimizzato: su un merchant fashion attorno ai 15 milioni di GMV, il collo di bottiglia non è la creatività ma la manutenzione del catalogo (descrizioni prodotto, attributi, categorizzazione). Un agente che legge il PIM, propone le descrizioni e le mette in coda per una revisione umana toglie ore di lavoro noioso, subito, con rischio contenuto. Questo è produzione 2025, non fantascienza.

Il pezzo che di solito viene taciuto è che quel caso ha funzionato perché il PIM era in ordine. Sullo stesso schema, in un prototipo interno costruito prima di Natale su un catalogo con attributi incoerenti e categorie sovrapposte, l’agente ha prodotto descrizioni fluenti e sbagliate: attribuiva materiali al prodotto sbagliato con una sicurezza che, letta di fretta, sembrava competenza. Il vero problema non era il modello, ero io che gli avevo dato in pasto dati sporchi aspettandomi che li mettesse in ordine. Non li mette in ordine: li amplifica. È la lezione che mi porto in questo 2025, e infatti la prima cosa che dico a un merchant che chiede “da dove comincio con l’AI” non è “compra un agente”, è: prima metti in ordine catalogo, attributi e prezzi.

Passerà: l’automazione interna a basso rischio. Report che si scrivono da soli, triage delle richieste di supporto, arricchimento dati. Cose dove un errore costa poco e si corregge facilmente. Qui gli agenti entrano quest’anno e restano.

Non passerà: l’agente autonomo che gestisce il negozio da solo. L’idea dell’agente che prezza, ordina, risponde ai clienti e ottimizza la campagna senza supervisione è un bel racconto da conferenza. In produzione, su un business reale, non lo vedo. Non per limiti di modello soltanto, ma per una questione di responsabilità: quando un agente sbaglia un prezzo o cancella una regola di sconto, chi risponde? Finché questa domanda non ha una risposta operativa (log, rollback, controllo umano sui punti critici) l’autonomia piena resta in demo. E qui ho un’opinione impopolare: si discute troppo di rischi teorici e troppo poco di misurare cosa fa l’agente in produzione. Log, metriche, una baseline. Il resto è chiacchiera da convegno.

Non passerà, o non del tutto: computer use come strategia di integrazione. Far pilotare a un agente le interfacce grafiche pensate per gli umani è un ripiego geniale quando non hai le API. Ma è fragile. Secondo me nel 2025 la direzione seria non è “insegniamo all’agente a cliccare i bottoni”, è “diamo all’agente un accesso strutturato via protocollo”. Ecco perché sto investendo tempo sullo strato MCP e non sul cursore che si muove da solo. Se tra sei mesi computer use diventa affidabile, avrò sbagliato priorità e lo scriverò.

Il mio consiglio, senza giri di parole

Se sei un merchant o un consulente e ti chiedi cosa fare quest’anno, la mia posizione è questa. Non aspettare “l’agente definitivo”: non lo vedo arrivare nel 2025. Ma nemmeno rimandare, e non per paura di restare indietro (chi compra per paura compra male), bensì perché il lavoro utile è noioso e comincia adesso: metti in ordine i dati, poi identifica uno o due processi interni ripetitivi e a basso rischio e sperimenta lì un agente assistito, con l’umano sempre nel loop. Impara sulle tue integrazioni, non sulle demo altrui.

La verità poco spettacolare è che nel 2025 gli agenti diventeranno utili molto prima di diventare autonomi, e saranno utili soprattutto a chi ha già le idee chiare su cosa vale la pena fare. Per chi vende online, utile batte autonomo tutti i giorni.

Mini-FAQ

Il 2025 sarà l’anno degli agenti AI?
Sarà l’anno degli agenti assistiti in produzione su processi a basso rischio, non degli agenti pienamente autonomi. Il valore reale nel 2025 è nell’automazione supervisionata guidata da chi conosce il processo, non nella sostituzione del lavoro umano.

Cos’è MCP e perché conta per l’e-commerce?
MCP (Model Context Protocol) è uno standard aperto, presentato a fine novembre 2024, per collegare i modelli AI a strumenti e dati. Conta perché attacca il punto dove i progetti e-commerce falliscono più spesso: l’integrazione tra sistemi come ERP, PIM e CRM. Che diventi davvero uno standard di settore, oggi, non è affatto scontato.

Computer use è pronto per la produzione?
No. A inizio 2025 computer use, uscito in beta a ottobre 2024, è ancora acerbo e fragile su interfacce reali. Non lo userei su processi che toccano ordini, prezzi o inventario senza supervisione umana.

Cosa dovrebbe fare un merchant nel 2025?
Prima mettere in ordine catalogo, attributi e prezzi: su dati sporchi ogni agente amplifica il disordine. Poi sperimentare un agente assistito su uno o due processi interni ripetitivi e a basso rischio, mantenendo sempre l’umano nel loop.


Chi sono. Sono Fabio Canovi, consulente Adobe presso il gruppo Lutech. Sono certificato Adobe Commerce, Adobe Experience Manager, Adobe Analytics e Adobe Target, e da qualche mese sto approfondendo l’AI agentica e in particolare Claude, provando gli strumenti sul campo prima di consigliarli a chi vende online.

Fabio Canovi imprenditore digitale nel settore e-Commerce in Italia.
Chi sono
Sono Fabio Canovi, consulente Adobe presso il gruppo Lutech. Tra i primi in Italia certificato Adobe Commerce e certificato AEM, Analytics e Target (Master su Target). Negli ultimi due anni ho unito le competenze Adobe con l’AI agentica, lavorando con Claude Code e Cowork e costruendo MCP su misura per portare gli agenti dentro le piattaforme e-commerce reali.

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