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Un anno dopo l’addio a Magento 1: chi è rimasto indietro (e perché)

Nel 2011 ho cominciato a lavorare su Magento 1, quindi permettetemi di partire da un’ammissione: quando è arrivata la data di end-of-life, il 30 giugno 2020, ero convinto che nove mesi dopo il tema sarebbe stato archiviato. Mi sbagliavo. A nove mesi da quel giorno, e a distanza di anni da quando l’addio era stato annunciato, continuo a trovare merchant che girano su Magento 1 in produzione. Alcuni per scelta, molti per inerzia. E la fotografia del campo è più interessante di quanto la parola “migrazione” lasci intendere.

Ho passato buona parte degli ultimi mesi tra progetti di re-platform già chiusi, altri in corsa e un paio di situazioni che definirei di pronto soccorso. Provo a raccontare cosa ho visto, senza retorica.

Chi ha migrato per tempo (e cosa ha fatto di diverso)

I merchant che sono arrivati alla scadenza con serenità hanno una cosa in comune: non hanno trattato la migrazione come un porting, ma come un progetto e-commerce nuovo. Chi si è mosso nel 2018-2019 ha avuto il lusso del tempo, e il tempo su un re-platform vale più del budget.

Un caso che porto spesso come esempio, ovviamente anonimo: un merchant fashion attorno ai 15M di GMV che ha iniziato il discovery quasi diciotto mesi prima del go-live. Non ha migrato “tutto”. Ha fatto pulizia del catalogo, ha buttato tre quarti delle third-party extension che si era portato dietro negli anni, ha rivisto il checkout invece di riprodurlo identico. Risultato: il progetto è costato di più nella fase di analisi e meno in quella di sviluppo, ed è andato online una volta sola. Questo è il punto che mi interessa.

Chi ha migrato bene ha anche accettato una verità scomoda: il data migration tool ufficiale sposta i dati, non le decisioni. Sposta ordini, clienti e catalogo, non ti dice quali categorie servono ancora o perché avevi dodici gruppi cliente. Quelle scelte restano tue, e vanno prese prima, non durante il deploy.

Chi è ancora su Magento 1 (e i rischi veri che corre)

Poi c’è chi è rimasto. Qui distinguo due categorie, perché fare di tutta l’erba un fascio è ingiusto.

La prima è fatta di merchant piccoli, con un negozio semplice e un fatturato che non giustifica una spesa a sei zeri. Li capisco. Ma “capirli” non vuol dire dire loro che va bene, perché i rischi sono concreti e non teorici.

  • Security. Da fine giugno 2020 non arrivano più patch ufficiali. Ogni vulnerabilità scoperta dopo quella data resta aperta a meno di non affidarsi a fix di terze parti. Le campagne di skimming sui pagamenti (il cosiddetto Magecart) hanno colpito soprattutto store non aggiornati: non è un rischio ipotetico, è cronaca degli ultimi due anni.
  • PCI-DSS. Girare software non più supportato mette in tensione la compliance. Un merchant che tratta carte su una piattaforma end-of-life ha un problema di conformità, non solo di sicurezza tecnica.
  • Ecosistema che si spegne. Le extension che usavi non vengono più aggiornate, i fornitori di pagamento aggiornano le loro integrazioni solo sulle versioni recenti, e trovare uno sviluppatore che voglia mettere le mani su Magento 1 diventa ogni mese più difficile e più caro.

La seconda categoria è quella che mi preoccupa davvero: merchant strutturati, con volumi importanti, ancora su Magento 1 non per scelta ma perché il progetto di migrazione si è impantanato. Spesso è il sintomo di un problema organizzativo, non tecnico. E su questo torno tra poco.

Gli errori tipici delle migrazioni fatte di fretta

Le migrazioni partite tardi, sotto la pressione della scadenza, tendono a ripetere gli stessi errori. Li elenco perché sono prevedibili, e quindi evitabili.

  1. Il porting 1:1. “Rifacciamolo uguale, ma su Magento 2.” È l’istruzione più costosa che un merchant possa dare. Riproduci anche gli errori, ti porti dietro il technical debt, e paghi per ricostruire funzionalità che nel frattempo la piattaforma offre già di serie. Migrare uguale significa migrare due volte.
  2. Le extension trascinate senza inventario. Ho visto store che volevano riportare quaranta moduli di terze parti senza chiedersi se ne usassero ancora la metà. Ogni extension è un costo di licenza, di integrazione e di manutenzione futura. La migrazione è il momento buono per fare pulizia, non per accumulare.
  3. Il catalogo sporco. Migrare dati sporchi produce uno store nuovo con problemi vecchi. SKU duplicati, attributi orfani, immagini mancanti: se non li sistemi prima, te li ritrovi identici dall’altra parte.
  4. Sottovalutare l’infrastruttura. Magento 2.4 richiede Elasticsearch, PHP recenti, un approccio Composer-based. Chi arriva da Magento 1 spesso ragiona ancora con l’hosting di cinque anni fa e scopre in ritardo che l’ambiente va ripensato.
  5. Nessun code freeze, nessuna gestione del delta. Il vecchio store continua a vendere durante la migrazione. Ordini, clienti e stock cambiano ogni giorno. Chi non pianifica la sincronizzazione del delta finale si ritrova al go-live con dati disallineati e un fine settimana da incubo.

La mia opinione: come si affronta un re-platform senza rifarlo due volte

Vengo alla parte in cui espongo la mia posizione, che qualcuno non condividerà.

Un re-platform non è un progetto tecnico, è un progetto di prodotto travestito da progetto tecnico. Il codice è la parte facile. La parte difficile è decidere cosa tenere, cosa buttare e cosa fare diversamente, e queste decisioni non le prende lo sviluppatore: le prende chi conosce il business. Quando un merchant delega tutto al fornitore e sparisce fino al collaudo, il progetto va storto. Sempre.

La mia regola pratica, sintetizzabile in una riga: investire nel discovery quello che si è tentati di risparmiare, perché ogni euro non speso in analisi ne costa tre in sviluppo e dieci in rilavorazione. Un discovery serio significa mappare i processi reali, non quelli che credi di avere, e arrivare al kick-off con uno scope definito. Lo scope creep è la vera causa dei progetti rifatti due volte, non la piattaforma.

Terza cosa: non serve migrare tutto lo stesso giorno. Su store complessi preferisco un approccio a fasi, con un MVP che va online e una roadmap per il resto. Meglio un go-live più povero ma stabile che un big bang che tiene ostaggio l’azienda per un anno. Ho visto progetti “completi” restare bloccati in staging per mesi, mentre il vecchio Magento 1 continuava a incassare rischi.

Se dovessi riassumere: chi è rimasto indietro raramente lo è per motivi tecnici. Lo è per una decisione rimandata. La tecnologia dà le scadenze; la disciplina di progetto determina chi le rispetta.

Domande frequenti

Magento 1 è ancora sicuro da usare?

No. Dal 30 giugno 2020 Magento 1 non riceve più patch di sicurezza ufficiali. Ogni vulnerabilità scoperta dopo quella data resta esposta, con impatti diretti su sicurezza dei pagamenti e conformità PCI-DSS.

Migrare a Magento 2 significa rifare tutto il sito?

Di fatto sì: Magento 2 ha un’architettura diversa e non consente un aggiornamento in-place. Il codice e i temi vanno ricostruiti. Dati come ordini, clienti e catalogo si trasferiscono con il data migration tool ufficiale, ma le decisioni su cosa tenere restano da prendere.

Quanto dura in media una migrazione da Magento 1 a Magento 2?

Dipende dalla complessità, ma per uno store strutturato è realistico parlare di diversi mesi tra discovery, sviluppo e go-live. La fase più sottovalutata, e quella che fa la differenza, è l’analisi iniziale.

L’errore più comune in una migrazione fatta di fretta?

Il porting 1:1: ricostruire lo store identico al precedente. Riproduce il technical debt e obbliga a rifare il lavoro due volte. La migrazione va usata per fare pulizia, non per fotocopiare il passato.


Fabio Canovi — esperto di Magento e piattaforme e-commerce enterprise, tra i primi in Italia a certificarsi sulla piattaforma commerce enterprise di Magento. Lavoro su Magento dal 2011, progettando e gestendo store per merchant mid-market.

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