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E-commerce 2022: l’anno in cui l’inflazione entra nel carrello

Nel 2020 abbiamo parlato di boom. Nel 2021 di normalizzazione, di quanto di quel boom sarebbe rimasto una volta riaperti i negozi fisici. Entrando nel 2022 la mia sensazione è che il tema centrale sia cambiato di nuovo, e in modo meno comodo: non più quanto vendiamo online, ma quanto pesa comprare. L’inflazione, dopo mesi in cui la si liquidava come “transitoria”, è arrivata dove i merchant la sentono davvero: dentro il carrello.

Lo scrivo il 3 gennaio, con la cautela di chi ha imparato a diffidare delle previsioni nette. Ma un punto lo metto per iscritto: il 2022 dell’e-commerce sarà l’anno del potere d’acquisto. Non della prossima feature di checkout, non dell’ennesimo canale. Del prezzo che il cliente vede e del margine che al merchant resta in tasca.

Cosa è successo ai costi (e perché arriva nel carrello)

Chi progetta e gestisce store online come faccio io lo tocca con mano da mesi. I costi salgono su più fronti contemporaneamente: energia, materie prime, trasporti, l’ultimo miglio della logistica. Nel corso del 2021 li abbiamo assorbiti un po’ ovunque — con la marginalità, con i volumi, sperando che rientrassero. Entrando nel 2022 questo cuscinetto è più sottile.

La differenza rispetto al retail fisico è che online il prezzo è nudo. Il cliente confronta in due tab, senza attrito, senza commesso. Quando i costi salgono, il merchant online ha due strade: alzare il prezzo a vista, oppure difendere il margine altrove. La maggior parte proverà a fare entrambe le cose, e proprio lì si gioca il 2022.

La mia tesi: il prezzo torna al centro, ma non come sconto

Per anni “prezzo” nell’e-commerce ha voluto dire una cosa sola: sconto. Codice promo, flash sale, il rituale del Black Friday che si allunga di settimana in settimana. La leva era abbondanza — margini pieni, costo del denaro basso, clienti abituati a comprare.

La mia opinione è che nel 2022 questo giochino diventi pericoloso. Scontare a percentuale fissa in un contesto inflattivo significa erodere un margine che l’inflazione sta già erodendo dal lato dei costi. È una doppia stretta. Il merchant che entra nel 2022 con la stessa aggressività promozionale del 2020 rischia di vendere di più e guadagnare di meno.

Non dico di smettere di scontare. Dico di smettere di scontare a caso. La promozione va da leva di volume a strumento chirurgico: su chi, su cosa, quando.

Cosa cambia in pratica per chi gestisce lo store

  • Segmentare le promozioni. Lo sconto uguale per tutti è il più costoso: lo incassa anche chi avrebbe comprato a prezzo pieno. Su Adobe Commerce le customer group e le cart price rule esistono da sempre; nel 2022 smettono di essere un dettaglio da specialisti e diventano difesa del margine.
  • Rivedere le soglie di free shipping. La spedizione gratuita sopra una certa soglia è stata calibrata quando l’ultimo miglio costava meno. Se non la si ritocca, è uno sconto occulto che cresce da solo insieme ai costi di trasporto.
  • Guardare il margine per riga d’ordine, non il fatturato. Ho visto store crescere in top line e peggiorare in basso proprio perché il mix di vendita si spostava verso i prodotti promozionati a bassa marginalità.
  • Prezzi più dinamici, ma trasparenti. Aggiornare i listini più spesso non significa fare i furbi. Significa non restare inchiodati per mesi a un prezzo deciso quando i costi erano altri.

Assortimento: il ritorno del value for money

Quando il potere d’acquisto si comprime, la domanda si polarizza. Da una parte chi taglia e cerca l’essenziale al prezzo giusto. Dall’altra chi non rinuncia ma diventa più esigente sul rapporto qualità-prezzo. La fascia centrale, quella comprata per abitudine, è la più esposta.

Per l’assortimento online questo si traduce in scelte concrete. Un caso che ho seguito: un merchant fashion di fascia media aveva costruito il catalogo puntando tutto sull’ampiezza — tante referenze, tante taglie, tante varianti. Entrando in un contesto di costi in salita, quell’ampiezza era diventata un peso: capitale immobilizzato, magazzino, referenze a bassa rotazione che erodevano il margine complessivo. La direzione giusta, secondo me, è la profondità sul value for money più che l’ampiezza fine a sé stessa.

Concretamente, nel 2022 mi aspetto di lavorare più spesso su alcune leve:

  • Entry price point difendibili. Non il civetta impossibile da trovare, ma una fascia d’ingresso reale e disponibile, che dà al cliente sotto pressione un motivo per restare.
  • Bundle che creano valore percepito senza scontare a percentuale. Un kit sensato regge il margine meglio di un “-20% su tutto”.
  • Private label e prodotti a marginalità propria spinti dove ha senso, perché è lì che il merchant controlla davvero il prezzo.
  • Meno referenze, gestite meglio. Un catalogo più stretto ma con dati di prodotto puliti converte spesso più di uno sterminato e trascurato.

Fedeltà: dal punto allo sconto al vero motivo per restare

Qui ho l’opinione più netta, e la argomento. Quando i prezzi salgono, la teoria dice che il cliente diventa più opportunista e insegue l’offerta migliore. Vero in parte. Ma la stessa pressione rende il cliente meno disposto a rischiare: un reso complicato, una spedizione in ritardo, un servizio clienti assente pesano di più quando ogni euro conta.

Per questo credo che nel 2022 la loyalty non si difenda con più punti da convertire in sconto — che è ancora una volta erosione di margine — ma con affidabilità. Consegne che rispettano la promessa, resi senza attrito, prezzi che non fanno sentire il cliente preso in giro dalla settimana prima. La retention, in un anno così, vale più dell’acquisition pagata a caro prezzo su canali che a loro volta rincarano.

La cautela d’obbligo

Non ho la palla di vetro e diffido di chi entra nell’anno con lo scenario già scritto. L’inflazione potrebbe rientrare più in fretta del previsto, oppure radicarsi; le banche centrali si muoveranno e non so con quale tempismo; la domanda potrebbe reggere meglio delle attese o cedere di colpo. Quello di cui sono ragionevolmente sicuro è che il tema del 2022 sia questo: potere d’acquisto e costi in salita che si incontrano dentro il carrello. Chi vende online farebbe bene a preparare le leve — pricing, promozioni, assortimento, fedeltà — prima di doverle usare di corsa.

Domande frequenti

L’inflazione riduce le vendite e-commerce nel 2022?

Non necessariamente il fatturato, che può reggere o crescere per effetto prezzo. Il rischio vero è sul margine: si vende a valori nominali più alti ma con costi in salita e più pressione promozionale. Nel 2022 il numero da guardare è la marginalità, non il solo top line.

Conviene aumentare i prezzi o difendere il margine altrove?

Nella maggior parte dei casi entrambe le cose, con misura. Online il prezzo è confrontabile in un clic, quindi l’aumento va calibrato per fascia e prodotto, accompagnato da leve non di prezzo: soglie di spedizione, bundle, mix di catalogo, riduzione degli sconti indiscriminati.

Le promozioni vanno tagliate in un contesto inflattivo?

Non tagliate: rese chirurgiche. Lo sconto uguale per tutti è il più costoso perché premia anche chi avrebbe comprato a prezzo pieno. Meglio segmentare per customer group e concentrare la leva dove sposta davvero la decisione d’acquisto.

Come cambia la fedeltà del cliente quando i prezzi salgono?

Il cliente diventa più attento al prezzo ma anche più avverso al rischio. Nel 2022 la loyalty si difende con affidabilità — consegne puntuali, resi senza attrito, prezzi percepiti come onesti — più che con l’ennesimo punto da convertire in sconto.


Chi sono. Sono Fabio Canovi, mi occupo di e-commerce su Magento e Adobe Commerce dal 2011. Sono tra i primi professionisti in Italia certificati Adobe Commerce e negli anni ho progettato e gestito store per merchant di fascia media. Su questo blog scrivo quello che penso davvero di dove sta andando l’e-commerce, con casi presi dal campo e sempre anonimizzati.

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